UNIVERSO BIANCONERO
In: Serie A
20 ott 2011Nelle precedenti quattro occasioni la squadra juventina si trovava al secondo posto nel 2007/ 08, all’ undicesmo nella stagione seguente, quindi al secondo l’anno dopo e al settimo l’annata passata.
I NUMERI non parlano ma se li interpreti regalano non solo operazioni ma anche riflessioni. Quelli della Juventus made in Conte, per esempio, raccontano che per la prima volta la Juventus dopo sei turni giocati è in testa alla classifica. Per la prima, volta, ovviamente, da quando è ritornata in serie A dopo lo scandalo di Calciopoli e conseguente retrocessione a tavolino. Nelle precedenti quattro occasioni la squadra juventina si trovava al 2 ° posto nel 2007/ 08, all’ 11 ° la stagione seguente, quindi al 2 ° l’anno dopo e al 7 ° l’annata passata. Certo, quest’anno la classifica è molto corta ma in ogni caso la Juve di Conte è ancora imbattuta. Le prossime due gare interne di sabato col Genoa e martedì con la Fiorentina potrebbero irrobustire ulteriormente la posizione di Buffon e compagni.
In: Vita di Club
7 ott 2011
Vi riportiamo un articolo di Tuttosport e vi confermiamo il trend. Quest’anno a Trani viaggiamo verso un risultato strepitoso. Avete ancora tempo fino al 13 ottobre per diventare soci Doc dello Jc Trani.
TORINO - Quarantanove club nuovi, soci che nei vecchi club raddoppiano o triplicano, quasi quattromila abbonati in tribuna Nord, il periodo di affiliazione prorogato di un mese per fare fronte alle richieste da tutta Italia: il popolo juventino ha riscoperto l’amore e si mobilita. Effetto stadio, effetto Conte, effetto Pirlo: sono i fattori che stanno trainando l’entusiasmo sopito dai due settimi posti. Ora, invece, si respira l’aria fresca delle grandi novità di questa stagione. E così i 40mila associati dei 257 Juventus Club Doc italiani potrebbero sfondare quota 60mila con un balzo in avanti notevole e dietro al quale si intravede tutto l’amore risbocciato da giugno in poi.
INIZIATIVE – Perché nei numeri si deve leggere anche il fermento nella vita dei club, che non solo raggruppano i tifosi davanti alla tv, ma organizzano eventi benefici, pianificano i pellegrinaggi nel nuovo stadio, vivacizzano blog su Internet o organizzano serate con interessantissimi ospiti per parlare di Calciopoli, come è accaduto a Forlì di recente, con un dibattito sul 2006 con Nicola Penta e Giampiero Mughini. E se in Toscana c’è lo storico club di Capannori che sfonda quota 1.000 iscritti ( entrando nel ristretto club dove ci sono il Salento Bianconero e il Nord-Est Bianconero), in Romagna c’è l’ultimo nato: lo Juve Club Riccione. Inaugurato il 13 luglio, ha chiuso le iscrizioni a quota 307 tessere. « E una cinquantina di persone – racconta il presidente Luigi Santi – le abbiamo dovute rimandare alla prossima stagione » . Raccoglie la fede juventina di quasi tutta la Riviera adriatica – Riccione, Bellaria, con qualche tifoso anche di San Marino – e di quasi tutte le età: il più giovane ha 7 anni, la più anziana 90. « L’idea di costituire un club – continua il presidente – ci frullava in testa da un po’ di tempo. Il nuovo stadio e l’arrivo in panchina di Antonio Conte ci hanno dato la spinta decisiva. L’ex capitano ha riacceso la fiammella in ognuno di noi: siamo convinti che tornerà a farci esultare come non ci succede dalla conquista del ventinovesimo » .
SCARAMANZIA - In Romagna è vietato nominare la parola “ scudetto”, ma l’entusiasmo in queste settimane ha raggiunto picchi altissimi: « Siamo “ innamorati” di Andrea Pirlo. E’ fantastico, forse l’unico italiano che sarebbe titolare anche nel Barcellona » . Infatuazione diffusa in tutta Italia: « E’ la ciliegina della campagna acquisti » , assicurano dalla Sicilia i ragazzi dello Jc Alcamo; « Era dai tempi di Zidane che non vedevamo così tanta classe in mezzo al campo. E’ un ex milanista? No, conta soltanto che ora indossa la nostra maglia » , aggiungono dal Jc di Ruvo di Puglia.
Andrea Barzagli è ufficialmente un giocatore della Juventus. Il difensore, proveniente dal Wolfsburg, ha siglato un contratto che lo legherà alla Juventus sino al 30 giugno 2013. Alla società tedesca andranno 300.000 Euro, più eventuali bonus legati ai risultati sportivi, sino a un massimo di 600.000 Euro.
Barzagli, che indosserà la maglia numero 15, questa mattina ha sostenuto il suo primo allenamento a Vinovo. Il giocatore non figura tra i convocati per la gara di questa sera contro la Roma, ma sarà a disposizione a partire dalla prossima partita di campionato contro l’Udinese, in programma domenica all’Olimpico di Torino.
In: L'altro calcio
3 dic 2010
Michelangelo Rampulla avemmo l’occasione di incontrarlo nel dicembre 2009, prima di Bari – Juventus, in compagnia di Secco e Fassone. Bianconero vero e uomo dalla spiccata ironia. Quel giorno, nonostante una Juve già zoppicante, ci disse “Ragazzi non vi preoccupate, vinceremo lo scudetto”. Purtroppo aveva torto, sappiamo tutti come è andata la stagione 2009/2010. Oggi Michelangelo non fa più parte della Società, lo vogliamo ricordare in questa intervista concessa alla redazione di “Tutti pazzi per la Juve”, in cui ci rivela qualche aneddoto della gestione Secco&Blanc.
Michelangelo, in campo e fuori hai onorato sempre la maglia bianconera. Ultimamente però si è discusso su di te per alcune considerazioni che hai fatto su Calciopoli. Vuoi chiarire la cosa ai nostri microfoni?
“Vi ringrazio dell’opportunità che mi concedete. Per me è stato sempre facile difendere la Juve perché è la squadra che ho sempre tifato, fin da bambino. Giravo ovunque pur di andare a vedere le partite della Juve. Leggo spesso il mondo del web bianconero e mi spiace aver letto certe cose contro di me, è facile parlare quando non si conoscono le cose. Certe persone dicono che non ho difeso la Juve ai tempi di Calciopoli ma io ho detto soltanto che se qualcuno era colpevole sarebbe era giusto che doveva pagare. Ma non ho mai fatto nomi o detto altro, ho detto solo “qualcuno paghi SE qualcuno è colpevole”. Tutto si può dire di me tranne che non mai ho difeso la Juve, sono stato diciotto anni qua, ho visto tante Juventus.”
Stai seguendo adesso il processo penale di Napoli su Calciopoli?
“Lo sto seguendo marginalmente ma lo sto seguendo. Io sono trent’anni che sono nel calcio e quello che sta uscendo fuori sono cose che si sono sempre sentite. Tutte le squadre facevano quelle cose, per cui cosa dire? Non è una novità per me quello che è uscito fuori. Sono dell’idea che la Juve ha dovuto pagare per colpe altrui. Con Calciopoli si è dovuto fare un processo in un mese per colpire la società più importante d’Italia, hanno fatto una cosa approssimativa perchè i media hanno montato una cosa incredibile e qualcuno doveva pagare. Hanno fatto pagare la Juve, perchè se avessero fatto pagare la Lazio, con tutto il rispetto, non sarebbe interessato a nessuno oltre ai tifosi della Roma. Invece hanno fatto una cosa populista facendo pagare tutto alla Juve, e così l’Italia anti-juventina è stata contenta!”
Per fare questo non sono stati rispettati i principi della costituzione e quelli della giustizia sportiva, con violazioni che da cittadini italiani ci lasciano inorriditi, con intercettazioni pazzesche considerate non rilevanti.
“Se uno uccide una persona in Italia ci mettono dieci anni per condannarlo, alla Juve invece hanno fatto un processo in un mese, questo dice tutto. Un arbitro può sbagliare in buona fede però si dice sempre che ha favorito uno. Se un arbitro sbaglia, sbaglia e basta. Poi lasciamo perdere che con la Juve è sempre stato cosi. La Juve ha pagato per tutti perchè era la squadra più forte ed era quella che continuava a vincere per tanti anni di fila, dando fastidio e per questo l’hanno colpita. Le telefonate più gravi però sono quelle di altre società. I tifosi juventini mi spiace che hanno pensato che io non ho difeso i nostri colori, perchè volevo rimanere nella nuova Juve, ma non è vero. Io ho sempre detto quello che penso, adesso non ne faccio più parte, perché le storie nascono e finiscono ma l’amore per i colori rimangono sempre. Sono sempre stato juventino, io e mio padre andavamo a vedere le partite viaggiando ovunque. Sono abbonato ad Hurrà Juventus da quando sono bambino. Quando ho letto quelle cose su internet sono rimasto spiazzato, figuratevi se io non difendo la Juve. Come mi dice anche Andrea Agnelli, le persone devono meritarselo il rispetto, i colori li meritano sempre.”
Ma sul tuo divorzio bianconero ci puoi dire qualcosa in più?
“Non è successo nulla di particolare, io sarei rimasto alla Juve anche più in là. Avevo parlato con Marotta e Andrea Agnelli per vedere se c’era un posto in società ma non in prima squadra, non potevo rimanere là quindi. Pensate, piccolo aneddoto, che io sono stato il primo giocatore comprato da Marotta ai tempi del Varese. Ho parlato con lui, sono rimasto tre mesi in stand by fino a settembre, poi non abbiamo trovato una giusta collocazione e non potevo rimanere là solo a prendere lo stipendio. Allora abbiamo deciso di comune accordo di rescindere il contratto.”
Michele, quali sono per te le cause del fallimento dell’anno scorso? Pensa che in questo momento della stagione la Juve dell’anno scorso aveva fatto più punti della Juve di DelNeri.
“Abbiamo iniziato molto bene, poi abbiamo vinto con l’Inter al Comunale il 5 Dicembre ed eravamo secondi in classifica, in piena corsa per la Champions. Siamo stati sfortunati tra infortuni e squadra mai al completo, magari si poteva fare qualcosa in più, al livello di protezione mediatica e coi tifosi. Adesso ho seguito questo bel inizio della Juve coi tifosi sempre presenti ed è stato bello, l’anno scorso però vincevamo e appena facevamo un passetto indietro c’era qualche fischio. La società non era forte abbastanza come quella di quest’anno. Noi qualche errore di gioventù l’abbiamo fatto ma era da mettere in preventivo, con un allenatore alla prima esperienza. Io che ho fatto parte anche della società nell’anno di B, dico che è normale che in queste situazioni ci sono errori di inesperienza da parte degli allenatori.”
A proposito di Serie B, Deschamps poi ha rimpianto di aver lasciato la Juve. Ma cos’è successo all’epoca?
“Quello che è successo con Didier è stata una sorpresa anche per me, eravamo in ritiro, dovevamo giocare il giorno dopo col Mantova in casa e Del Piero mi ha avvertito che aveva visto in tv che Deschamps aveva dato le dimissioni. Vado subito da lui a chiederglielo e sono rimasto spiazzato. Lui voleva altri giocatori e non glieli prendevano, io gli dissi che avremmo giocato con alcuni dei giocatori che avevamo in rosa e che altri ne avremmo comprati, anche se nomi non straordinari perché costavano troppo. Gli dissi che comunque avremmo costruito una squadra competitiva, ma lui non ci credeva e ha avuto vedute diverse con la società sugli acquisti, ma per me con un attimo di buon senso e di calma si poteva formare una buona squadra insieme. Lui richiedeva giocatori che la Juve non poteva permettersi, in quel momento non si potevano spendere certe cifre, dovevamo arrivare in Champions e poi infatti con Ranieri è successo. Lui è stato troppo istintivo e poi infatti si è pentito.”
Tornato all’anno scorso, era davvero complicata la gestione di Del Piero come ha detto Ferrara?
“Tra Del Piero e Ferrara il rapporto è buono, d’amicizia, Ciro ha detto solo che tutti vorrebbero sempre giocare. Io ho avuto il portiere più forte al mondo davanti, ma anche io quando non giocavo mi dava fastidio.”
La tua partita più bella da calciatore?
“Tutte, ne ho giocate novantanove, l’anno scorso la centesima non me l’hanno fatta giocare (ride, ndr) ma quella di Parigi con la semifinale di Coppa Uefa, è stata bellissima. Da tifoso juventino, la prima partita che giocavo in una coppa Europea che pochi anni prima vedevo solo come tifoso in tv, mi sono ritrovato a giocarla in quel momento storico dove era davvero una coppa importante. Poi a giocare la semifinale, se penso che soli due anni prima giocavo a Cremona. Ho fatto molto bene in quella gara e poi mi ricordo la partita in Coppa Campioni contro il Rosemborg quando a dieci minuti dalla fine parai il rigore decisivo al loro Capitano.”
Cosa ha sbagliato Alessio Secco in questi anni?
“Non gli hanno perdonato qualche errore di gioventù di troppo, perchè anche se sei stato dietro Moggi certi errori ci stanno. Poi ne ha commessi non troppi, i giocatori sbagliati li prendono tutti, anche lo stesso Moggi ha sbagliato, ci sta. A Secco non gli hanno perdonato anche il fatto di aver venduto qualche giocatore dopo lo scoppio di Calciopoli, ma in B io c’ero, lui ha fatto il possibile. Anche io ci ho provato con alcuni. Con certi sono riuscito a farli rimanere, con altri no. Ad esempio, Ibra anche io ho provato a farlo restare, parlavo sempre con Raiola, il suo procuratore. Anche Buffon, altro piccolo aneddoto che non tutti sanno, era pronto ad andare via. Ma lui è talmente istintivo che ha cambiato idea in un attimo. In ritiro, una sera, era l’una di notte ed ero in camera di Didier ad Acqui Terme. Gigi mi manda un messaggio e scrive “preparami un bel programma che quest’anno facciamo bene”. L’anno della B abbiamo continuato a parlare sempre ma poi è rimasto. Lui avrebbe voluto fare l’anno in B per riconoscenza e poi se ne sarebbe andato. Ibra è arrivato a Pinzolo, ci abbiamo parlato a cena in una baita e lui diceva che non poteva rimanere in B, lui sarebbe rimasto sempre alla Juve, era legato al direttore e a tutti, ma ripeteva che in B non ce la faceva proprio a giocarci. Poi alla fine io che sono sempre stato tifoso juventino posso anche rimanere, ma a lui che è svedese e gli hanno offerto tanti di quei soldi….”
Ma si può sapere Poulsen chi l’ha voluto?
“Io in quel momento ero con Ciro Ferrara nel settore giovanile, per cui io ho detto solo la mia. Secco su questa cosa c’era rimasto male, io lo conosco bene Alessio, ero in panchina anche ai tempi del padre, ho passato due generazioni di Secco in panchina. Io gli avevo consigliato Xabi Alonso e quando lui mi ha detto che c’era quella possibilità, gli ho detto che non c’era neanche da pensarci o da fare paragoni. Non credo che abbia deciso Secco. Qui il discorso diventa complicato, non so sinceramente come sia andata, ognuno vi dirà una cosa diversa: quando Alessio me l’ha chiesto sono stato tranquillissimo a dire “tutta la vita Xabi Alonso”. Volete un altro aneddoto? Mascherano era praticamente della Juve. Alessio ci parlava tutti i giorni e anche se costava un sacco di soldi, Mascherano l’hanno dopo la B voleva venire a tutti i costi, Secco le cose le stava facendo bene, poi però purtroppo è andata come è andata…”
Quest’anno il mercato ti è piaciuto? Cosa ne pensi poi del periodo nero di Amauri?
“In un campionato così mediocre l’equilibrio l’ha spostato solo una persona che è Ibrahimovic, io dico che il campionato e le squadre le sposta lui. Se il Milan non aveva Ibra aveva almeno sei-otto punti in meno, però Ibra l’avevamo noi e se fosse rimasto alla Juve, chissà come andava a finire. Il rendimento di Amauri si spiega poco, certe volte è complicato dare un giudizio quando si vedono queste involuzioni da parte dei calciatori. Succede spesso quando uno magari non ha più quella “fame” di vittorie e non si è più quelli di prima, capisco che questo non è il suo caso, ma ai miei tempi noi avevamo tanta “fame”, difatti abbiamo vinto tutto. ”
Qualche altro aneddoto su quella grande Juve?
“Anche quando giocavo alla Cremonese, il mio motto era “non importa contro chi giochiamo, undici siamo noi e undici sono loro” e dicevo sempre alla squadra che potevamo vincere. Questa cosa me la sono sempre portata dietro, anche alla Juve dove ancor di più e per ovvie ragioni volevo sempre vincere. Gli anni di Lippi dove abbiamo vinto tutto il primo anno e la Champions al secondo, mi ricorderò sempre che all’inizio di ogni stagione in ritiro parlavamo già della finale per capire solo contro chi l’avremmo giocata, quello era il nostro unico“problema”, pensate che mentalità. Nel 97’ e nel 98’ quando abbiamo vinto tutto e abbiamo perso solo la Champions, in ritiro a Chatillon già lo sapevano che saremmo arrivati in finale.”
La Supercoppa Europea vinta nel 1997 è stata l’ultima vittoria Europea bianconera, sono passati quasi quattordici anni. Secondo te la Juve quest’anno in Europa League si é impegnata poco?
“Non ci credo a queste cose, perchè noi anche quando perdevamo la Coppa Italia ci arrabbiavamo. Sono stati un caso questi tre pareggi fatti all’inizio della stagione. Come diceva sempre Paolo Montero “non si esce vivi dal campo”, perché in campo bisogna sempre dare tutto.”
Che ci dici di Vinovo? Tutti i tifosi non capiscono, è un ospedale da campo-Moggi ha smentito che Capello non ci voleva andare ma da quando c’è Vinovo si sono stati tantissimi infortuni muscolari. La verità, insomma, dov’è?
“Abbiamo inaugurato Vinovo noi l’anno della B e Deschamps ripeteva sempre che i campi erano troppo morbidi….
Spero che sia solo un caso tutti questi infortuni in questi anni. Certo è che rispetto a Torino Vinovo è molto più umida. Già a Settembre, c’è sempre tanta rugiada con i campi sempre bagnati, più morbidi e il muscolo ne risente. Comunque che io sappia non è stato fatto nulla ai campi. Se faccio uno scatto con cambio di direzione l’erba rimane impiantata perchè morbida, la gamba ti cede un pò e il muscolo ne risente di più. Probabilmente è anche quello.”
Per noi era più forte la Juve dell’anno scorso che aveva come obiettivo Scudetto e Champions, che quella di quest’anno che ha come obiettivo il quarto posto. Tu che ne pensi?
“Avevamo un allenatore alla prima esperienza a cui è stata data troppa responsabilità, non avendo alle spalle una società non forte. Non poteva Ciro lasciar perdere, volevamo il bene della squadra e non si poteva dire di no. Abbiamo commesso degli errori ma concedere qualcosa in più ci sta, forse abbiamo sbagliato anno, sicuramente non siamo stati aiutati dai media. Alla prima sconfitta a Palermo si gridava già il nome di Hiddink…”
Grazie Michelangelo per aver sprizzato juventinità da tutti i pori, siamo felici del tuo intervento e sopratutto che hai avuto la possibilità di chiarire la tua posizione su Calciopoli.
“Grazie a voi, mi è dispiaciuto quello che è successo, ripeto: per uno juventino che segue la sua squadra del cuore da sempre e in tutti i modi da quando aveva cinque anni non è stato facile Non so chi pensa quelle cose, ma a quarantotto anni dopo una vita di Juve posso dire che sono uno juventino vero.”
In: L'altro calcio
1 dic 2010
Boniek, cosa pensa della nuova dirigenza bianconera e del nuovo allenatore Delneri?
«Penso che la fortuna di una squadra sia sempre nella società. Adesso la società è direttamente firmata “famiglia Agnelli” ed ha acquistato un ottimo direttore sportivo ed un allenatore validissimo. Penso anche che i giocatori seguano molto bene il programma. In campionato non c’è una squadra faro in grado di staccarsi e vincere lo scudetto come faceva l’Inter gli scorsi anni. Tutti hanno le loro possibilità. Forse la Juventus deve ancora migliorare un pochino, però la strada che ha intrapreso è molto buona e in breve tempo potrà nuovamente lottare per le prime posizioni».
Cosa pensa di questo campionato povero di campioni? Juventus e Roma possono essere protagoniste?
«Penso possa essere un anno abbastanza interessante per il Milan perché hanno acquistato Ibrahimovic ed hanno preso coraggio nel vedere i cugini (dell’Inter, ndr) un pochino cotti dopo quello che è successo negli ultimi tre anni. E’ stato bravo Mourinho ad andare via da una squadra che ormai è arrivata. Un campionato dunque diverso dagli ultimi 5, con Milan, Juventus, Napoli, Palermo, Roma e Lazio che hanno la possibilità di giocarsi le proprie chance. Tutto cambia da una domenica all’altra, un campionato molto aperto quindi, ma non ci sono favoriti. Parliamoci chiaro, lo stesso Milan, che ora guida la classifica, ha avuto degli eventi positivi che gli hanno fruttato qualche punto e penso al fallo di mani di Boateng, alla mancata espulsione di Gattuso su Sneijder nel derby. In questi campionati capita che possa andare così: sfrutti qualche episodio a favore e rischi di vincere».
Rivede qualcosa dell’Avvocato nel nipote Andrea Agnelli? Cosa pensa del nuovo ciclo della Juventus? Ci sono somiglianze con il passato?
«Il calcio è cambiato, sicuramente il marchio della famiglia Agnelli è una garanzia per diverse cose. Oggi è tutto più difficile. In passato il sogno di tutti era giocare nella Juventus e quando qualcuno doveva comprare un calciatore chiedeva prima alla Juventus per sapere se era interessata. Ora c’è un mercato diverso: ci sono squadre altrettanto ricche, forse più ricche, ma devo dire che la Juventus ha conquistato tanto dopo il terremoto del 2006 e questa società dà garanzie».
Lei, seguendola sulle reti Rai, si è sempre espresso negativamente sulla Juventus pre Calciopoli. Considerando gli sviluppi del processo di Napoli, oggi, che idea si è fatto?
«Di calciopoli posso dire che si sa che c’è stato un periodo in cui le squadre non hanno rispettato il fair-play, quello che dovrebbe essere il gioco del calcio. Sono state coinvolte tante squadre e anche la Juventus ha avuto le sue problematiche. Non seguo il processo di Napoli perché quello che succede nel calcio non sono cose che possono condannare le persone a livello penale. Dico, in maniera molto sincera, che se io giocavo in una squadra e un mio dirigente prima della partita chiamava 50 volte l’arbitro sarei rimasto male. Tutto qua».
Ma se questo non fosse avvenuto, anzi era tutto lecito, da giocatore, come si sentirebbe nel subire la distruzione della propria società e la sottrazione di due titoli legittimamente vinti sul campo?
«Io ho avuto sempre rispetto per i giocatori della Juventus. Devo dire che non avevo simpatia per la vecchia dirigenza, non per tutti e tre, ma per due sicuro. Non posso nascondere che mi davano fastidio certi atteggiamenti, di essere infallibili, superiori, che poi alla fine hanno messo la Juventus su una cattiva strada. La Juventus , grazie a Calciopoli, ha avuto tanti vantaggi: si è liberata di tanti calciatori con contratti stramiliardari, si è rifatta la squadra nuova, dirigenza nuova, presidente nuovo».
E’ stato distrutto uno squadrone sulle basi del nulla, non le sembrano delle dichiarazioni temerarie visto quello che sta emergendo dal processo di Napoli?
«Ma che cosa sta emergendo? Sta emergendo che nessun dirigente della Juventus ha cercato mai di aggiustare una partita?»
E’ emerso in aula che anche le presunte Sim svizzere erano intercettabili…
«Non voglio fare un giudice, ma io non ho mai usato in vita mia una scheda svizzera. La mia opinione è che Luciano Moggi non fosse uno a cui piacesse vincere in modo naturale. Io ho davanti agli occhi tutte le partite».
Scusi, ma a quali partite si riferisce?
«A Genova ci fu un rigore dato da un arbitro…lasciamo perdere. Poi in un Bologna-Juventus in cui la Juve ha avuto un aiuto a uno-due minuti dalla fine. Se poi volte dire che la Juve è stata vittima di una trappola…».
Tutti chiamavano i designatori…
«Allora sono tutti da condannare! Non è che sono tutti innocenti».
Paolo Bergamo (designatore arbitrale fino al 2006 ndr) in merito è stato estremamente chiaro: telefonare ai designatori era una pratica caldeggiata dalla Lega per evitare che i dirigenti si presentassero davanti alle telecamere ad imprecare contro gli arbitri. I telefoni dei designatori ed i relativi contratti, sono stati comprati dalla Lega, che visionava i tabulati e pagava le bollette…
«Per me non è un problema. La dirigenza della Juventus per me si è comportata in un certo modo e poi ti dico una cosa: mica ho licenziato io Moggi e Giraudo. Io sono solo un ex giocatore della Juventus che con la Juventus ha vinto tantissimo e penso di aver dato molto alla Juventus e quindi posso dire se un comportamento di un dirigente mi piace o non mi piace. O no?»
Lei può valutare i comportamenti a titolo personale perché a livello oggettivo non esistono illeciti. Non si può dire però che la Juventus ha alterato un campionato…
«Ma chi ha detto questo? Io non ho detto che la Juventus ha alterato un campionato. Moggi non era la Juventus , ma un dipendente della Juventus. Se faceva prima della partita quello che facevano tutti gli altri vuol dire che si è fatto beccare. In macchina andiamo tutti a 130 all’ora, ma alla fine paga solo quello che si fa beccare. Moggi si sentiva invincibile, ma ha fatto qualche errore che è stato già pagato. Quello che succede a Napoli in Tribunale neanche lo seguo».
Già al tempo della sua Juve si diceva comunque che le vittorie erano condizionate.
«Sì, come quelle dell’Inter. In Italia chi è più forte è odiato da tutti quanti».
Quanto era forte quella Juventus? Era facile o complicato giocare con accanto Platinì?
«Complicato per nulla. L’unico rimpianto che ho è non aver vinto la finale contro l’Amburgo di Atene. Ci avrebbe consentito un ciclo migliore. Invece l’anno dopo abbiamo ricominciato da capo, vincendo lo scudetto, poi la Coppa delle Coppe e poi la famosa finale contro il Liverpool. Comunque, a tutti i miei oppositori che dicono che critico troppo la Juventus dico solo una cosa: sono l’unico che non ha preso una lira dalla partita dell’Heysel perchè ho lasciato tutto alle famiglie delle vittime, poi ciascuno è libero di pensarla come vuole. Non ho mai parlato male dei tifosi e dei giocatori della Juventus, ma sono convinto nella mia testa che due o tre componenti della vecchia dirigenza, se potevano facilitare le vittorie con comportamenti scorretti, lo facevano. A me non importa che non lo dimostrino, è una mia convinzione».
Ma si potrebbe anche dire, quindi, che gli ultimi campionati sono stati falsati a favore dell’Inter?
«Sì, ma le telefonate riguardano solo alcuni anni, 2004 e 2005. E gli anni precedenti cosa è successo? E’ chiaro che chi guarda da fuori il calcio si è accorto di quello che succedeva. Eppure è stata un’altra squadra ad essere beccata al casello con i soldi nella valigetta…»
Nel nuovo stadio saranno presenti 50 stelle dedicate alle “leggende bianconere” ed a lei ne è stata assegnata una: come interpreta il malumore di parte della tifoseria che non ha gradito la cosa?
«Ho sentito questi malumori è mi è dispiaciuto molto soprattutto poi perché la motivazione la reputo ridicola: “per poca gratitudine”, ma a chi? In campo con la Juventus ho sempre dato tutto, non risparmiandomi mai. Il presidente Agnelli mi ha mandato una lettera per far parte delle stelle nel nuovo stadio ed io ne sono onorato. Non è che tutti quelli che hanno giocato per la Juventus debbono per forza essere anche tifosi juventini. E’ bello anche confrontarsi con opinioni differenti. So quello che ho fatto per la Juventus e ,se i tifosi non mi vogliono nel nuovo stadio, dico che la storia non si può cancellare. Non ho mai parlato male della Juventus. Se io critico qualcuno che in passato si è comportato male sono affari miei. Se poi i tifosi non vogliono che vi sia la mia stella nel nuovo stadio io non morirò mica, ma in campo ho fatto la storia della Juventus ed ho sempre onorato la maglia dando tutto quello che potevo dare. Ricordo che ero un beniamino dei tifosi, che esponevano striscioni come “Zibì forever”. Se ce l’ho con qualcuno, ce l’ho solo con chi ha rovinato l’immagine della Juventus. Sono certo che un domani quando andranno via Marotta & C. nessuno dovrà ripulire l’immagine della squadra».
Le è stato mai proposto un ingresso in società alla “Nedved”?
«L’innesto di Pavel per la nuova dirigenza è un grande acquisto. Magari se anche io avessi finito la mia carriera in campo con la Juventus mi sarebbe stato proposto un ingresso in società e per me sarebbe stato un motivo di grande orgoglio, ma ho terminato la carriera nella Roma e non ho ricevuto nessuna proposta in bianconero. Sono convinto inoltre che Del Piero un giorno diventerà Presidente della Juventus».
In: Serie A
27 nov 2010
Kosovska Mitrovica, dove è nato, è divisa da un fiume: a nord vive la minoranza serba, a sud la maggioranza kosovara.Lei è mai passato da una sponda all’altra, Milos Krasic? «Quando ero piccolo ho avuto una bella vita e non si sentivano queste tensioni. Fino al 1999 non era una città divisa: dall’altra parte avevo amici, compagni di scuola. Attraversare il ponte era normale».
Adesso meno? «Agli amici di là telefono ancora, me ne sono rimasti due o tre. Ma quando torno a casa sto con la mia famiglia, il tempo è poco».
Adesso che è ricco, perché non la porta via di lì? «Per l´amore verso la città. Sarei rimasto anch’io, se non avessi fatto il calciatore. Penso che sia una cosa normale. Penso che sia una cosa giusta».
Anche se è una città dimezzata? «So che c´è molto odio e capisco che i serbi ritengano il Kosovo parte della loro patria. Non vogliono sentirsi stranieri nella propria terra: si batteranno per rimanere lì».
A quattordici anni lei è emigrato a Novi Sad, dove vide la guerra. A diciannove era già a Mosca: che fine ha fatto la sua infanzia? «Sono cresciuto molto in fretta. Avrei preferito un´infanzia diversa, vicina ai miei genitori. M è stato il mio lavoro a portarmi via».
Cosa provava un quattordicenne sotto le bombe? «La prima che cadde, a Novi Sad, distrusse il ponte della Libertà, ho un ricordo nitido. Vedevamo dalla terrazza la gente che scappava, con me c´era Jovanovic, quello che adesso gioca nel Liverpool: è stato il mio fratello maggiore».
Perché eravate sul terrazzo e non nei sotterranei? «Non lo so. Paura, incoscienza, curiosità, impotenza. Più che altro, non potevo credere a quello che stavo vedendo, e non credevo che sarebbe mai successo: forse volevo rendermi conto che stesse succedendo davvero. Jovanovic mi ha poi convinto a tornare dentro. Ma avevo più paura per gli altri che non per me».
A Genova gli ultrà serbi hanno bruciato la bandiera del Kosovo: la vostra guerra non è ancora finita? «Noi eravamo lì solo per giocare, questo odio non mi coinvolge. Mi è dispiaciuto moltissimo, spero solo che non succeda mai più. I Balcani stanno cambiando».
È finito il tempo dell’odio, dice? «È passato molto tempo da quello che è successo. La gente sta ricominciando a parlarsi anche se viene da posti diversi, gli Stati iniziano a cooperare. Tornare come prima è difficile, non so se sarà mai possibile, è vero. Ma lo sport aiuta: domenica scorsa, dopo il gol, sono corso da Salihamidzic per abbracciarlo: lui è bosniaco, ma siamo legatissimi. L´etica sportiva mi ha insegnato a non guardare con occhi diversi un uomo di un´altra nazione».
È vero che di recente si è iscritto all’università? «Sì, a Novi Sad, facoltà di management. Bisogna pensare al futuro, mi piacerebbe rimanere nello sport ma come dirigente. Ho tanti amici che studiano, perché non anch’io? Papà è elettricista, mamma maestra d’asilo. Sarebbe riduttivo fare solo il calciatore».
Un Krasic che parla anche di altri argomenti, dalla partita Italia-Serbia, fino ad arrivare al campionato e al suo ambientamento in Italia e alle recenti polemiche per la sua simulazione.Probabilmente Krasic non ha ancora chiaro..il sentimento antijuventino presente in Italia…
L´Italia l´ha accolta come si conviene a un campione, ma a Genova la fischiavano ogni volta che cadeva: teme di essere marchiato come simulatore? «Sono un professionista e mi occupo di quello che mi succede in campo, non dei fischi. L´episodio di Bologna non avrà influenza sul mio futuro, spero di no. C´è stato un grande polverone, non ho neanche capito bene quello che è successo. Sono cose che capitano in ogni partita, non so perché ci sia stata tutta questa propaganda».
Alla Juve però la adorano, e secondo Melo lei vale Ibrahimovic: esagerato?«Sono lusingato, ma non penso che sia così. Quello che sto facendo è una sorpresa anche per me, non mi sarei mai aspettato un inizio così. Le grandi aspettative sono state una molla, cerco in ogni singola partita di non deludere chi mi ha portato qui».
E dell´Italia, cosa l´ha sorpresa? «Il calore delle persone. La prima impressione è stata bellissima e anche la città è fenomenale. Vivo in centro, ogni giorno cerco di fare una passeggiata lunga per fare una scoperta in più».
Molti calciatori serbi hanno talento puro, lei è qualcosa di diverso? «Io, in dono, ho ricevuto la velocità».
Geniali e sregolati: è una definizione giusta, per i calciatori slavi? «È un dato di fatto. C´è della pazzia in noi».
Anche in lei? «Se lo sono tutti, posso non essere pazzo io?».
Vi riportiamo un sunto dell’udienza odierna svoltasi a Napoli contro Moggi e altri. E’ il turno dei testimoni delle difese, da segnalare Abete, Collina e l’uomo del ribaltone Franco Baldini. Nonchè la lieta notizia sulla famosa intercettazione Bergamo – Facchetti “Metti Collina”. Forse adesso è il caso che Gianfelice Facchetti chieda scusa ai “quattro barboni”. Buona lettura.
Ennesimo capo d’imputazione disintegrato dalla testimonianza di Abete in aula, che smentisce di essere stato fatto fuori dalla presunta cupola Moggiana nel 2004. Lo stesso Abete deve ammettere di fronte alle intercettazioni “ritrovate” dalla difesa di Moggi che il suo interesse era molto legato alle sorti della Fiorentina nel campionato 2005, interesse imputato invece dai pm a Moggi.
Dall’interrogatorio si evince anche che Collina prese 100.000 euro per una sponsorizzazione gestita dalla segreteria della federazione e dall’A.I.A.(per la quale ci fu anche un’interpellanza parlamentare), di cui il presunto facente parte della cupola De Santis non beneficiò. De Santis chiese pure spiegazioni su tale sponsorizzazione richiedendo modalità e termini dell’accordo alla figc senza mai ricevere risposta.
Abete inoltre dichiara di non conoscere la fonte e la modalità con le quali la procura federale ottenne le intercettazioni, aggiungerei “mirate”, per il processo sportivo del 2006, scaricando tutto sul procuratore federale Palazzi. L’ Avv. Messeri si riserva di chiedere l’audizione di Palazzi per chiarire questo mistero, certo che suona strano che il presidente della figc sia stato tenuto all’oscuro su una questione così rilevante.
Il perito probabilmente non andrà avanti con le trascrizioni perchè dichiara di avere difficoltà, ma sarà comunque la Casoria a decidere. Il suo lavoro però al momento è bastato per certificare che fu Facchetti a dire “Metti dentro Collina” nella famosa telefonata tra Bergamo e lo stesso Facchetti.
Gli ex arbitri Collina e Tombolini, l’ex addetto stampa della federazione Valentini, l’ex assistente arbitrale Papi ed i giornalisti Simone Nozzoli, Fulvio e Riccardo Bianchi, tutti testimoni diretti ed indiretti, smentiscono in modo assoluto ipotetici taroccamenti del sorteggio arbitrale, Collina, Tombolini e Papi inoltre dichiarano di non aver subito mai pressioni per favorire determinate squadre e di non averne mai avuto percezione o sospetto che fossero state fatte ad altri colleghi.
Franco Baldini ex ds della Roma e grande accusatore di Moggi, prima sconfessa la sua deposizione al processo Gea, in cui dichiarava di non aver mai incontrato il colonnello Auricchio, dicendo stavolta invece, di averlo incontrato una forse due volte dopo le sue dimissioni dalla Roma nel 2005, per denunciare i presunti sopprusi e le presunte minacce di Moggi subiti da delle persone, ma in netto contrasto con la deposizione dell’Auricchio stesso che riferì di almeno 7-8 incontri, formali ed informali. Dopo vari tentativi di reticenza ha fatto tre nomi di presunte vittime: i procuratori Canovi ed Antonelli e l’ex d.s. del Siena Ricci, confermando che la sua collaborazione con Auricchio si limitò a questo, affermazione smentita poco dopo.
Incalzato dall’avvocato Prioreschi, Baldini si dimostra reticente e assolutamente non attendibile sulle date (che saranno poi fondamentali per l’affondo di Prioreschi)e soprattutto quando si torna a parlare di altri episodi di collaborazione con Auricchio “dimenticati” in questa audizione e in quella del processo Gea; come l’avvenuto incontro con il colonnello dei carabinieri in compagnia della giornalista di Milano Finanza Augelli.
L’avv. Prioreschi in seguito dimostrerà che Baldini ha detto il falso in quanto l’interrogatorio di Antonelli avvenne prima della sua presunta denuncia fatta ad Auricchio nel 2005.
Ed arriva il momento di dare una spiegazione all’intercettazione antecedente, “a suo dire”, l’incontro con Auricchio, dove in una conversazione avvisa Mazzini di un imminente ribaltone, della volontà di salvarlo, di fare fuori Moggi, Giraudo e Carraro, di beffare lo stesso Moggi parlandogli di una inimicizia con Castagnini per raccomandarlo e di presunti appoggi politici, nello specifico Veltroni.
Baldini liquida tutto con un “era uno scherzo, non c’era niente di serio”.
Accusato di reticenza da Prioreschi, con il giudice Casoria tutt’altro che indifferente e ansiosa di spiegazioni sulle molteplici contraddizioni di Baldini e l’evidente nervosismo dell’accusa che ha provato inutilmente ad opporsi più volte, il grande accusatore continua la sua farsa con presunte minacce velate di fargli perdere il lavoro da parte di Moggi , quelle (ahimè reali, ma chi scrive avrebbe fatto anche di peggio.. )subite al processo Gea, continuando ancora a negare altri incontri con Auricchio (..che faccia tosta), ma anche con fantasiose accuse di corruzione e frodi finanziarie tramite giocatori sopravvalutati venduti ad altre squadre che venivano di conseguenza associate alla cupola per poi quindi godere di protezione e favori arbitrali, tranne poi ritrattare e scusarsi quando gli è stato fatto notare che quelle cessioni non erano mai avvenute.
questa prima parte di stagione agonistica è stata spesso accompagnata da polemiche, da opinioni e in taluni casi da attacchi veri e propri alla Juventus e alla sua storia. Tra poche ore si aprirà il palcoscenico su una partita che da sempre racchiude gran parte della storia del calcio. Una storia per noi juventini fatta di passione e molto spesso di vittorie, tutte meritate sul campo.
Le chiacchiere degli ultimi mesi hanno contribuito ad alzare i toni, mescolando spesso i ruoli. È venuto ora il momento di occuparsi del presente.
Un tempo in cui gli azionisti e il management sono da una parte impegnati a tutelare e difendere i colori bianconeri in ogni sede, con i giusti strumenti e nel modo più corretto e trasparente, e dall’altra si concentrano quotidianamente per mettere in condizione i calciatori di offrire una prestazione all’altezza dei colori bianconeri.
Un tempo nel quale i tifosi, con senso di responsabilità perfino superiore a quello di alcuni dirigenti, sostengono la propria squadra anche nei momenti di difficoltà, senza cadere in inutili esagerazioni e violenze che macchierebbero l’impegno congiunto di tutti coloro che hanno a cuore la Juventus: calciatori, tecnici, dirigenti, dipendenti e milioni di sostenitori.
Un tempo che dura da 113 anni e continuerà anche dopo questi novanta minuti nei quali tutti dovremo essere tifosi leali per poi tornare al nostro lavoro: la Juventus continuerà a farlo nelle sedi competenti perché le ragioni di tutti siano ascoltate e valutate con pari dignità.
Forza Juve
Andrea Agnelli
Ieri Moratti aveva commentato ironicamente l’incontro tra il nuovo presidente bianconero Andrea Agnelli e il numero uno della Figc Abete: “Dopo l’incontro li ho visti contenti. Si vede che avranno già una linea comune…”.
La replica del presidente bianconero non è tardata ad arrivare alle allusioni sulla richiesta juventina di far revocare lo scudetto del 2006 in seguito agli ultimi sviluppi di Calciopoli bis. «Evidentemente dopo aver vinto ieri per quattro a zero era nervoso e quindi ha pensato di pensare a noi – ha detto Agnelli, uscendo dalla sede della Lega di A – ah, l’ha detto prima? Allora era nervoso prima».
Il numero uno bianconero ha poi aggiunto che «da parte nostra non c’è motivo di essere nervosi. Da parte loro? Non lo so. Io guardo alle vicende delle Juventus, ho già ribadito in altri momenti, siamo tranquilli, sappiamo cosa c’è nell’esposto, lo sa la Federazione, attendiamo fiduciosi un loro giudizio». Inter e Juventus nuovamente ai ferri corti come ai tempi di Moggi? Agnelli nega: «Da parte mia è molto sereno questo rapporto tra Inter e Juventus. Conoscete l’esposto. Sulla base delle nuove intercettazioni anche l’Inter ha compiuto/ha avuto delle telefonate. Quindi che non venga assegnato».
In: Serie A
22 set 2010
A volte Gigi Del Neri vorrebbe strangolarlo, confessa sorridendo, per quei colpi di tacco e sombreri che Leonardo Bonucci esegue sull’ultima trincea. Un po’ naif, direbbe Mourinho. Questione di numeri, anche: quelli ispirati dal talento, perché sa farsi perdonare con lanci e gol, e quelli veri, ad esempio il 19 stampato dietro la maglia, in osservanza della numerologia alla quale l’ha avviato Alberto, il suo motivatore personale.
Leonardo Bonucci quando le è cambiata la vita?
«Un anno fa, quando sono andato a Bari: è cominciata l’ascesa al calcio che conta. Spero di continuare a salire questa scala con la Juve».
Lei e la difesa siete finiti sotto accusa.
«È stato un momento di difficoltà: a Udine abbiamo dimostrato che con l’applicazione e la cattiveria possiamo affrontare chiunque».
Come l’è venuta l’idea del sombrero a Floro Flores?
«Mi vengono spontanee, non ci sto tanto a pensare. Come il tacco che ho fatto poco dopo: se poteva, il mister mi veniva a strangolare. Purtroppo, o per fortuna, è una caratteristica che ho, ma che devo cercare di limitare».
Disinvolto da sempre?
«Sì, anche quando ero in Primavera. Mi piaceva saltare un avversario con una finta: con Ventura la tendenza è aumentate perché non buttavamo mai via una palla».
Nella ripresa di Udine qualcuna l’ha spedita via.
(sorride) «Del Neri non mi ha detto nulla, però, un po’ per la stanchezza, un po’ per la volontà di cambiare e invertire la rotta dell’istinto, ho sparato due palloni in tribuna».
Ventura e Del Neri, stessa targa, il 4-4-2: ma ai comandi quant’è diverso?
«A Bari eravamo abituati ad aspettare l’uomo dentro l’area: Del Neri vuole che il centrale dalla parte della palla accorci, mentre la porta se la dividono l’altro centrale, il terzino e l’esterno».
Pensa mai di essere stato il più pagato?
«Sono il più costoso, ma anche il più giovane. Spero di dimostrarmi all’altezza».
In alto c’è: se l’aspettava?
«Fino a 19-20 anni non ero nessuno: non me l’aspettavo, ma l’ho sempre sognato. Sono uno di quelli che fin da piccolo voleva fare il calciatore: pallone 18 ore su 24, da quando avevo 5 anni. Capitava che mi buttavo nelle partitelle di mio fratello, Riccardo, che ha quattro anni più di me. Una volta mi sono rotto il mignolo: ero il più piccolo e mi avevano messo in porta».
Juventino.
«Tutti tifavano Inter: ero la pecora bianconera della casa».
In principio fu centrocampista.
«Dietro ho iniziato a 17 anni, prima giocavo davanti alla difesa: mi piaceva impostare il gioco, fare il lancio, la bella giocata. Poi, alla Viterbese, Carlo Perrone mi disse: “Se vuoi diventare qualcuno devi giocare difensore centrale”. Ero titubante, ma aveva ragione».
Il fisico l’ha sempre avuto?
«Dai sette-otto anni ero sempre il più alto. E un anno ho perso quattro, cinque mesi per il morbo di Osgoog-Schlatter (sindrome ossea per la crescita, ndr): mi svegliavo la notte per il male alle ginocchia».
Dopo i fallimenti di Treviso e Pisa si è mai detto: smetto.
«Ancora sto aspettando gli stipendi. Andai a Bari e pensai: “Se retrocedo anche stavolta, meglio smettere di giocare”».
Per aspera ad astra: tatuaggio non a caso.
«Attraverso le difficoltà fino alle stelle: me lo sono fatto a Treviso, quando andavo in tribuna ogni partita».
Altri marchi?
«Le iniziali dei miei genitori, Claudio e Dorita, e di mio fratello. Dietro al collo, “Per gioco o per destino. Unforgettable”. Una frase che mi sono fatto con Martina, la mia fidanzata: la mia ascesa è cominciata con la convivenza con lei».
Per questo prima delle partite le manda sempre un sms?
«Per farle capire che ci sono anche se sono da un’altra parte del mondo».
La sua colonna sonora?
«Non sento musica prima delle partite, mi concentro da solo. Anzi, se mi vedete scendere dal pullman con le cuffie vuol dire che non gioco».
I suoi modelli?
«Nesta per l’eleganza con la quale va su ogni palla, Cannavaro per cattiveria, decisione e senso dell’anticipo».
L’avversario più forte?
«Finora, Milito».
Si riguarda in tv?
«Ogni tanto sì, soprattutto quando sono andato male. Vado a vedere dove ho sbagliato e m’incavolo con me stesso, anche se a bocce ferme è più facile sapere cosa fare».
Perché ha scelto il 19?
«L’ho preso a Bari: per la numerologia, è il mio numero. Merito di Alberto, il motivatore conosciuto a Treviso e che in passato ha seguito Toldo: mi ha indirizzato sul canale della convinzione, della cattiveria, dell’autostima e della positività».
Troppa positività se dice che vi prendete lo scudetto?
«Pensiamo a vincere ogni partita poi tiriamo le somme: sennò creiamo solo illusioni».
Immagini il suo futuro.
«Spero di essere un punto fermo della Juve e migliore di quello che sono oggi».
Attraverso questo blog vogliamo tenervi informati su quanto di più saliente avviene nell'universo bianconero. Non solo le vicende sportive, ma anche tutto ciò che ci riguarda e avviene lontano dal rettangolo di gioco.